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Angel Monumentale cemetery Milano

Sepolti nell’eterno rimpianto.

Ci ho provato, annaspando, arrancando, infine ho perso la presa ed è ricominciata la caduta nell’oscurità gelida. Il suo volto triste si allontana… persa per sempre: la storia della mia vita fatta di grandi occasioni, tutte irrimediabilmente mancate. Niente paradiso, dunque, il riposo sarebbe bastato. Riposo eterno, per i disgraziati come me e il mio amore, sepolti nell’eterno rimpianto.

I sotterranei del Lounge Lizard ricordavano l’astronave Solaris, quella descritta da Lem, nella quale il disordine mentale trionfava su ogni logica organizzazione tecnologica.
Cavi, amplificatori e proiettori laser. Parti meccaniche e lamiere contorte incrostavano i neri muri ricoperti di condensa.
Una moltitudine di monitors al plasma riversava immagini di sesso, orrore, arte deviante, news e violenza, sulla folla d’avventori pigiati nel salone.

Martellanti samples elettronici, rimbombavano sotto l’alta volta di cemento armato, mentre le ragazze in lucido latex color rosso sangue dietro il bancone di titanio, servivano da bere nei vapori fluorescenti.

Nonostante il luogo non mi dispiacesse, non riuscivo a scrollarmi di dosso la mia perenne sensazione di disagio. In realtà non mi trovavo bene da nessuna parte. Cominciavo ad avere la certezza di essere un componente difettoso. Un prodotto di serie con qualche mal funzionamento strano.
Però, a quanto si diceva nei network, non ero il solo con la testa imbottita di domande. Forse era per questo che i locali come il Lounge Lizard, ritrovo d’emarginati, estremisti e traffici illegali, erano in aumento. La polizia ne chiudeva uno, altri ne spuntavano, come funghi velenosi figli della pioggia acida.
Al Lounge Lizard c’era in corso una sorta di festa Horror. Molti degli avventori portavano costumi sospesi tra lo stile fetish e la celebrazione di Halloween.
Il locale era stracolmo, con la musica assordante e velenosa, come d’abitudine. Tutti parevano spassarsela.
Un’enorme olografia con scene sintetizzate dal Dracula di Coppola, scendeva digradando come una cascata multicolore sulla ressa frenetica.
Mi appropriai di uno sgabello presso il lucido bancone metallico e chiesi una birra alle cameriere esagitate.
Una biondina mi porse con un distorto sorriso da stimolante, la pinta di birra. Poi mi fece le boccacce, ci conoscevamo di vista. Pareva su di giri.

Doveva avere una ventina d’anni. Dietro l’aspetto emaciato e il pesante trucco da film Horror non era per niente male. La scarlatta tenuta in lattice sintetico la rivestiva come una seconda pelle, risaltandone le forme attraenti.
– Che fai dopo? – Domandò la barista.
– Smaltirò la sbronza, credo.
– Non mi sembri troppo partito. – Dichiarò passandomi l’indice sui capelli grigi delle tempie.
– Non ancora, ma vedrai tra un po’ che roba!
– Cazzo, e io che volevo fare i numeri con te stanotte.
– Lascia perdere, non credo che mi si rizzerà.
Lei allargò le braccia sconsolata e si diresse sculettando a prendere le ordinazioni dalla parte opposta.

Presi un’altra birra, respirai una profonda zaffata d’ossigeno puro e alcool nebulizzato dal dispensatore gentilmente offerto dalla casa, poi mi alzai dal bancone per fare un giretto nella sala. Conoscevo un po’ di pazzi tra i presenti. Ne salutai qualcuno. Hi-five, pollice in alto, pugno contro pugno… Insomma l’intero repertorio di cazzate. “Tutto a posto?… Come butta?.. Non c’è male, ci trasciniamo amico, ci trasciniamo nel liquame”.
Infine mi sedetti a terra tra il groviglio di corpi, appoggiando la schiena alla parete in fronte al muro di monitors.
Mi lasciai trasportare dalla musica e dalla proiezione composita della caduta libera, dal puzzle dell’umanità nel baratro della decadenza.
Infine venne la camerierina bionda ed emaciata, col suo maquillage Emo e la tutina sexy.
Aveva in mano una bottiglia di Scotch di marca.
– Credevi di sfuggirmi papi? – Disse prendendo posto al mio fianco.
– Sei una bella testarda tu, eh?
– Sono una cagna che non molla la presa facilmente. – Dichiarò.
– E come fai di nome? – Domandai.
– Genny! Tu invece ti chiami Marco e sei mezzo spagnolo, giusto?
– Sei bene informata, vinci un sigaro.
– Sii, ma che sia lungo e tosto come piace a me. – Rispose sfilandosi le scarpe col tacco a spillo.
Aprì la bottiglia, tracannò una lunga sorsata e me la passò.
– Offre la ditta? – Domandai.
– Già, la premiata ditta gola profonda! – Rispose.
Era simpatica la biondina. Parlammo urlandoci nelle orecchie, per superare il volume della musica.
– Mi sembri giù di corda. – Azzardò a un certo punto.
– Le cose non girano per il verso giusto. – Risposi
– Capitano a tutti i periodi di merda.
– A me capitano troppo spesso. Sono una specie di calamita per le rogne. – Proclamai dopo avere buttato giù un bell’ingozzo di liquore.

Alla fine mi persi nei suoi occhi verdi. Rapito dalle sue labbra porpora, in tinta col vestito. Gran cosa le donne: non c’è niente di meglio per sentirsi vivi, per tirare avanti. Decisi di dimenticare le grane per un po’.

Genny mi montò in grembo a cavalcioni. Tirò giù la cerniera lampo e scoprì le tette. Mi guardò dritto negli occhi e socchiuse le bocca, invitante.
Baciai, morsi, quelle labbra sbavate di rossetto. Quel collo esile, le orecchie diminute coperte di orecchini.
Frugai sotto la gonna, sondai con le dita le mutandine di newtex lisce come cellophane.

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– Cazzo come scotti, ma hai la febbre? – Domandai
– So solo che ho una gran voglia, sono tutta bagnata… – Ansimò.
Eravamo in mezzo alla gente ma nessuno pareva fare caso alle nostre manovre. Qualche coppietta, qua e là, stava dandosi da fare allo stesso modo.
Frattanto, in mezzo alla pista aveva luogo un mosh infernale nel quale i corpi si avvinghiavano in una gigantesca mischia a tempo di musica.
Slacciai le stringhe del suo corpetto e le liberai i seni, presi a baciarli.
Genny s’impossessò della patta dei miei pantaloni, calò la lampo. Ce l’avevo bell’e duro come la pietra.
– Non avevi detto che non ti si sarebbe rizzato…
– Merito tuo ragazzina.
Le abbassai le calze di nylon. Scostai di lato le mutandine. Era bagnata, calda e invitante. Glielo misi dentro.
– Questo è un fottuto altoforno!
Poi mi alzai in piedi, la sollevai di peso e la misi contro il muro. Genny mi cinse i fianchi con lunghe gambe nervose. Mi tirò per i capelli. Io badai unicamente a ficcarglielo in corpo.

Spinsi a fondo. L’arpionai tenendola contro la parete. Fu percorsa dai brividi, da capo a piedi.
Parve una belva presa in trappola.
Lo facemmo contro il muro, con la luce strobe e la musica devastante nelle orecchie.

– Come sei buona Genny!
– Oh Marco… – Sussurrò – Fammi male!
Era fuori di sé, glielo spinsi più su che potevo, si dimenò come un pesce preso all’arpione.
Roteai i fianchi, lei guizzò come i salmoni che risalgono la corrente.

Lo facemmo come si doveva: lentamente e ben a fondo, per interminabili istanti eterni.

– Sto avendo l’orgasmo più lungo della mia vita. – Proclamò alla fine, sbattendo la testa come un burattino impazzito.
A me mancarono le parole.
Piacere reciproco, Pensai.
Poi ci sedemmo a terra esausti.
Genny si accese una sigaretta, me la passò, feci un paio di boccate, tossii nel solito modo asinino e gliela riconsegnai. Allora afferrai la bottiglia.
– Con le bibite va meglio. – Dichiarai dopo avere inondato il gargarozzo di whisky.
Credetti di sentirmi quasi bene. Se non altro per un po’ m’ero scordato degli incubi.
Che si fottessero la Chiesa Nera e la Outright inc.
Genny crollò lì per terra. Si rannicchiò su se stessa e prese a dormire della grossa.

Poi, un ragazzo coperto di brufoli venne oltre. Lo conoscevo: mi aveva procurato dei componenti rubati per Electra.
– Ehi Marco: c’è una tipa qua fuori, un gran bel pezzo di sorca che vuole vederti. – Annunciò.
– Cos’è, mi prendi per il culo microbo?
– Oh no, eravamo lì fuori a fumare, poi è venuta lei, ci ha chiesto se ti conoscessimo. Ci ha allungato un bel pezzo da venti per venirti a chiamare.
Diede di gomito al suo amichetto. – È vero, o dico stronzate?
L’altro annuì. – È vero, cazzo, un gran bel pezzo di sorca!
– La conoscete? – Domandai.
– Noo, mai vista prima. – Rispose il foruncoloso, convinto.
Baciai Genny sulla bocca, non parve accorgersi di nulla: era partita per la tangente.
Imboccai l’uscita scansando i corpi dei frequentatori del Lounge. Avevo uno strano presentimento: niente di buono.
Mi recai in strada.
Era quasi l’alba. Cercai per un poco. La intravidi, una ventina di metri più in là. La responsabile del servizio di sicurezza Outright in persona. la interprete dei miei incubi in carne e ossa.
Mi diressi verso di lei.
Se mi fai girare le palle stanotte ti metto sulle ginocchia e ti faccio il culo a strisce. Pensai.

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Se ne stava appoggiata ad una grossa BMV, di quelle appena sfornate. Con fare indolente. Braccia conserte, pantaloni aderenti e giacca in costosissimo cuoio nero. Aveva il potere di scatenare tutta la mia antipatia, tutto il mio odio nei suoi confronti. Sentimento forte, l’odio, proprio come l’amore e il desiderio.
La luce gelida dei neon illuminò le morbide curve lucenti della vettura. Le morbide curve lucenti dei suoi seni, dei fianchi, delle cosce. Lei e la macchina sembravano prodotti dalla stessa fabbrica, i manufatti degli stessi robot.

Maledetta strega. Ora ti accomodo io. – Grugnii.
Ero ubriaco, senza energia. Barcollai. Dovevo aver l’aria di un babbuino stupido.
Poi improvvisamente, uno spostamento d’aria enorme, accompagnato dalla vampata di calore e dal boato di un’esplosione assordante, mi sollevò da terra trascinandomi a velocità folle nel vuoto.
Ricaddi rovinosamente sul selciato, giusto ai piedi di Gertrud Lilith.
Ero paralizzato. Volsi la testa verso il Lounge Lizzard. Non potevo credere a miei occhi: quei maledetti assassini l’avevano fatto saltare in aria.
L’odore di plastica bruciata, l’assordante crepitare del fuoco, il lamento dei feriti, le sirene d’allarme impazzite.
Qualcuno cercò di salvarsi correndo in preda alle fiamme per poi stramazzare esanime dopo pochi passi.

– Genny. Pensai, prima di scivolare nell’oscurità.

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A chi non è successo di svegliarsi di colpo con l’impressione di piombare nel nulla?
Ecco: il mio problema era quello di non riuscire a ridestarmi e perciò continuai a cadere.
Sembrava che non mi sarei mai più arrestato ma alla fine due piccole mani fermarono il mio volo.
Era Genny. Sembrava in forma, non più male in arnese come prima, più energica e indiscutibilmente carina. Il suo volto era raggiante e il pallore della morte aveva abbandonato le sue gote.
“Forza amore” supplicò, un piccolo sforzo e sarai salvo. Rimarremo insieme tu e io, per l’eternità.
Ci ho provato, annaspando, arrancando, infine ho perso la presa ed è ricominciata la caduta nell’oscurità gelida.
Il suo volto disperato si allontana.
Persa per sempre. La storia della mia vita fatta di grandi occasioni, tutte irrimediabilmente mancate.
Niente paradiso, dunque. Il riposo sarebbe bastato.
Riposo eterno, per i disgraziati come me e il mio amore, sepolti nell’eterno rimpianto.

Fediverse reactions

2 responses to “Sepolti nell’eterno rimpianto.”

  1. nadia zito Avatar
    nadia zito

    …..Marco è un figlio del ns tempo o forse di questi figli ne nascono da sempre,anima travagliata incapace di vero amore ma incline a identificarlo col sesso….quando si ha troppo lavorio interiore è difficile accorgersi di qualunque altra attività che ci si svolga attorno…..Ho apprezzato la descrizione del loro amplesso ke ben si adatta all’atmosfera da girone infernale del locale…..Il racconto non è male…..Evocativo,non ci vuole troppa fantasia x visualizzare l’azione…..

    1. Fanno sesso in modo appassionato per sentire fino in fondo il piacere e trovare un po’ di luce e calore in un mondo gelido e oscuro.

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SHADOWS IN THE MACHINE
From Fictional Nemesis to Real-World Algorithms.
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