Aree a rischio, baraccopoli, ghetti, campi profughi: le zone proibite sono ricettacoli di rivolta e anarchia con costi di sorveglianza enormi. Non c’è posto per gli abitanti delle “Zone proibite” nel gelido futuro auspicato dal “Nuovo Ordine Mondiale”.
Siamo in troppi sul pianeta e le risorse scarseggiano… I più deboli e diseredati sono la zavorra inutile di cui ci si deve sbarazzare. Una volta estirpati i bubboni, cancellati i parassiti, vi sarà più carne attorno all’osso per la parte sana, la parte produttiva e sottomessa del Pianeta.
Da “De oculta tecnologia”. Prima stesura.
Il ghetto, si estendeva a perdita d’occhio, oltre i recinti elettrificati e il filo spinato. Case e capannoni fatiscenti. Immenso mercato nero tra containers e baracche.
Col passare degli anni il degrado urbano, l’emarginazione e la delinquenza erano degenerate fino a spingere il governo centrale, all’infame decisione dell’isolamento.
Ogni metropoli del mondo aveva i propri ghetti: zone nere dalle quali difendersi, nelle quali confinare gli individui più pericolosi.
Il degrado, era stato provocato dallo stesso potere predatorio impegnato a perseguire i propri interessi, piuttosto che a rendere vivibile il tessuto urbano. Nei discorsi ufficiali ci si riempiva la bocca di belle parole, ma in realtà si viveva in un regime dispotico nel quale il potere era l’unica cosa importante.
I ghetti col tempo erano divenuti a loro volta un grosso business e uno strumento di repressione in mano ai quadri dirigenti corrotti.
Zone off-limits: immensi rifugi-carcere per latitanti, trafficanti, prostitute, criminali e assassini d’ogni genere. Dove droga e armi circolavano liberamente sotto il colpevole sguardo del governo. Dove gli squadroni della morte, compivano veri e propri massacri aviotrasportati.
Eppure in questi gironi d’inferno, potevi trovare qualcuno in grado di pensare col proprio cervello. Sotto la dura scorza prodotta dall’atto di sopravvivere in simili condizioni, pulsava uno spirito tanto libero che portava all’organizzazione e alla resistenza.
Erano i veri nemici del potere, i sovversivi che rapinavano e trafficavano per sovvenzionare utopici movimenti rivoluzionari. Djamila era una di loro, speravo che mi avrebbe aiutato a uscire dal casino in cui mi trovavo.
I residenti dell’agglomerato con un’occupazione e il lasciapassare, facevano i pendolari per recarsi sul posto di lavoro in città. Erano controllati e perquisiti minuziosamente. I controlli: che grottesca messa in scena. I funzionari e il personale dell’esercito erano corrotti, lo sapevano anche le pietre: di droga, armi e materiale illecito, ne passava a bizzeffe in un senso e nell’altro.
Aspettai di essere visionato al posto di blocco. Avevo un microchip di riconoscimento, contraffatto da Electra: lo inserii nel drive di controllo della casamatta.
Un cartello sopra la cancellata ammoniva: “Oltre questo limite le forze dell’ordine non possono garantire la vostra incolumità! Proseguite a vostro rischio e pericolo”.
Un ufficiale mi scrutò per qualche istante, con grigi occhi gelidi. Poi con un lieve movimento della testa fece cenno di continuare.
Una volta dentro, dovevo superare velocemente la fascia esterna del ghetto, quella popolata dai più disperati, dai cani sciolti, dai tossicomani con la morte alle costole, dagli psicopatici delle droghe modificate, prima che qualcuno di costoro si accorgesse della mia presenza.
Se vuoi attraversare incolume la fascia esterna devi tenere sempre a mente che qualcuno cercherà di farti la pelle per spogliarti di tutto.
Sapevo perfettamente la lezione; di buon passo avevo attraversato il fatiscente mercato. La stazione dei taxi, sorvegliata con le armi dagli scagnozzi del sindacato protezioni, era ormai in vista.
Dovevo percorrere ancora un vicolo angusto e fetido, frequentato da esemplari di fauna locale così attraenti da fare sembrare “Predator“ un simpaticone.
– Vuoi roba? – Domandò a un certo punto un tizio dal volto attraversato da una profonda cicatrice nel mezzo della quale faceva capolino il bianco senza pupilla dell’occhio deturpato.
– C’hai qualche spicciolo? – Chiese poi un altro, involto in stracci bisunti, cuoio rosicchiato e borchie. Li ignorai entrambi e tirai dritto, accarezzando nella tasca del giubbotto l’acciaio amico della 44.
Infine un bestione coperto di tatuaggi e piercing mi sbarrò la strada.
– Che ti prende stronzo, hai fretta?! – Grugnì. L’alito gli puzzava come una fogna a cielo aperto.
Altri due burloni con mazze da baseball incrostate da ciò che sembrava sangue secco, si avvicinarono a loro volta. Erano fatti di brutto, con gli occhi spiritati. Avevano problemi di dizione, quello meno stravolto, biascicò di volermi ficcare la testa nel culo o qualcosa del genere.
Avvertii l’afflusso di adrenalina partire lentamente dalle dita dei piedi e raggiungere l’attaccatura dei capelli. Ebbi la sensazione di annegare nel mio stesso sangue rovente, mentre l’istinto omicida prendeva il sopravvento.
Ero di nuovo assetato di morte. Nella corruzione mentale dei chips pregustavo l’amaro sapore dell’odio e del delitto.
– Allora pezzo di merda? – Incalzò. – Che ti prende?
– A me niente. – Sibilai, sbattendogli con forza la canna della pistola sulla bocca.
L’animale digrignò i denti. Sputò rosso scuro. Intravidi la sua mano correre verso la tasca interna dello spolverino.
Feci fuoco.
Minuti frammenti di cervello, ossa e sangue si sparpagliarono sui volti e sugli abiti dei suoi amichetti, i quali, dopo avermi fissato infastiditi, si affrettarono a sgombrare la scena a gambe levate.
Raggiunsi i taxi. Gli sgherri del sindacato si complimentarono con me: – Bel colpo signore, bel colpo. – Disse un meticcio, col basco rosso e l’anello al naso.
Avevo la nausea.
– Portami alla X-Factory. – Dissi al tassista.
– Dovrò farti pagare qualche bigliettone in più. Ultimamente tira aria pesante. – Dichiarò, mostrandomi i denti d’acciaio in una smorfia.
– Da quelle parti ha sempre fatto caldo. – Risposi.
– Ci sono i guerriglieri di Djamila che stanno sparando nel culo a una banda di spacciatori e viceversa, per meno di un cinquanta non ti ci porto.
– Ok, ok, fa muovere quest’ammasso di ferraglia. – Tagliai corto.
Osservai il decrepito paesaggio dai vetri blindati della jeep.
Alla mia sinistra si estendeva un’immensa discarica, nella quale intere famiglie di disgraziati legavano la loro sopravvivenza all’immondizia: frugando tra i rifiuti, vivendo nei rifiuti, cibandosi di rifiuti, in case fatte di rifiuti.
Le immondizie: incubo postmoderno, abbietto frutto del consumismo. Erano dappertutto, sempre e ovunque. Copiose, inarrestabili, accompagnate dall’immancabile orda infetta di topi e scarafaggi.
Ci avrebbero spazzato via, un giorno.
Detriti a perdita d’occhio. Illuminati dalle gelide luci all’acetilene, sorvolati dagli elicotteri cargo. In lontananza le ombre rosse dell’enorme cancro chiamato Milano, facevano da opprimente scenario a quel teatro d’alienata follia.
Cominciò a nevicare. I cercatori d’immondizie, vestiti di stracci aspettavano, fermi, sul ciglio della strada. Ci osservarono passare, anch’io come loro, sentii di essere in attesa della fine.
Si udirono in lontananza detonazioni di armi automatiche, un vento gelido mi sferzò la faccia. Il selciato ricoperto da due dita di fango nero stava imbiancandosi.
Da bambino ero andato matto per la neve, da grande un po’ meno, anche se quel candore su tutte le carcasse, i ruderi e le deiezioni della terra, continuava a darmi una rassicurante e falsa sensazione di pulito.
[…]
Restammo per un po’ in opprimente silenzio, poi il grosso si accese una canna, inspirò profondamente e me la passò. Feci un paio di tiri, tossii come un asino e restituii l’ordigno bestemmiando.
– Non riesco più a fumare. Mi manca l’aria. – Dichiarai.
– Per terra sotto il sedile ci deve essere una bottiglia di vodka. – Comunicò indifferente.
La cercai spasmodicamente fino a trovarla: una Moskovskaja quasi piena. Bevvi lunghe sorsate fino a sentire la gola e lo stomaco andare in fiamme.
Alla fine, come per caso, venne una specie d’alba consolatrice. Almeno pareva che fossi uscito dalla maledizione di quell’oscura notte senza fine.
Appoggiai la testa al finestrino. Ebbi le vertigini nel seguire con lo sguardo, le nubi grigie correre sospinte dal vento a velocità folle, in quel cielo livido, gravido di pioggia contaminata.
Poi avvenne una sorta di miracolo: sporadici raggi di pallido sole, sfuggirono per brevi istanti e chissà come, alla coltre soffocante e onnipresente che come un drappo mortuario ricopriva la terra.
Seguii il filo di un’idea a proposito delle ragioni dell’esistenza e quando credetti di averla raggiunta, mi persi tra le più remote pieghe della mente.
Finalmente i pensieri s’inseguirono e sovrapposero, senza capo ne’ coda, veloci come le nubi in quel cielo foriero di tempesta.





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