Ci si abbandona, in una tempesta di piacere ed endorfine. Il tempo si ferma e tutto attorno a noi scompare. Sono frammenti di felicità che il destino dissemina lungo il cammino delle nostre esistenze buie. Doni sublimi e rari quanto i diamanti. Allora pensi che forse il paradiso esiste davvero e consiste in un orgasmo eterno con chi ami.
Io e gli spostati con cui bazzicavo a quei tempi, eravamo perennemente squattrinati, passavamo interi pomeriggi fumando o passandoci la bottiglia. Non c’era troppa comunicazione tra noi e i discorsi erano spesso superficiali: per la maggior parte monologhi adrenalinici a proposito di risse, musica e sesso.
Djamila era differente, singolarmente saggia nonostante la giovanissima età. Era una delle poche persone con cui mi sentivo veramente a mio agio. Ascoltava molto, seguendo il movimento delle mani o fissandoti dritto negli occhi, cercando di percepire l’essenza di chi aveva di fronte. Parlava poco, e non ricordo di averle mai sentito dire qualcosa di banale.
– Hai l’aria di esserti perso amico mio: proprio come me. – Disse una volta, dopo aver ascoltato per un po’ i miei vaneggiamenti esistenziali. – Siamo sulla stessa barca alla deriva: forse dovremmo escogitare qualcosa, prima di colare a picco…
L’orfanella in perenne fuga dalla polizia e dalle case di correzione, si era fatta la fama nel quartiere di essere un caso disperato, un vuoto a perdere, una di quelle che sarebbero finite male. L’emarginazione certo non aiuta. La piccola araba era precipitata nella tossicomania e quello che è peggio, batteva per procurarsi la dose.
– Quando si perde il rispetto per sé stessi, tutto può accadere perché ormai niente ha più importanza. Mi confessò un giorno tra le lacrime.
Il suo sguardo luminoso e perspicace, si era offuscato e il suo bel sorriso malinconico, pareva essere stato cancellato per sempre. Tutto indicava che era condannata a convertirsi in una morta ambulante.
Una notte pizzicai lo spacciatore che la costringeva a prostituirsi, mentre la picchiava. Col viso coperto di sangue, Djamila, sembrava una bambola spezzata, triste e disperata. Provai un irrefrenabile desiderio di uccidere lo stronzo che si accaniva sul suo corpo riverso al suolo.
A quei tempi non mi erano stati ancora innestati i chips da guerra ma la mia reazione fu lo stesso brutale. Lasciai il magnaccia mezzo morto sull’asfalto, con il braccio fracassato, si sarebbe ricordato di me per un bel po’ e ci avrebbe pensato bene prima di alzare ancora le manacce.
Djamila mi pregò di non portarla all’ospedale, perché da lì sarebbe stata condotta in un nuovo istituto di correzione. Non mi restò altro da fare che caricarla sulle spalle e trasportarla nel mio buco, da studente-operaio, di trenta metri quadrati.
Rimase da me per un bel po’. In quale altro posto sarebbe potuta andare?
La prima settimana fu terribile: la sua crisi d’astinenza ci fece vedere i sorci verdi: delirio, diarrea, vomito… Arrivai a pensare che non ce l’avrebbe fatta ma la ragazzina che per fortuna aveva iniziato solo di recente con la roba pesante, riuscì invece a superare l’astinenza e lentamente riprese a dormire, a mangiare…
L’addizione alle droghe ed il mal vivere avevano però minato la sua salute. Pensai che fosse una buona idea farle fare un po’ d’esercizio. Io praticavo Shaolin chuan e decisi d’insegnarle qualcosa. Le arti marziali l’aiutarono in quei momenti nei quali avrebbe voluto lasciare tutto e rifugiarsi di nuovo negli oppiacei, anche se all’inizio trovava complicato eseguire i movimenti lenti ed estenuanti del Tai-chi.
– Come puoi pretendere che riesca a mantenere la posizione bassa sulle gambe in questo modo? Non sono un ragno!
– Taci, tieni la guardia e respira col diaframma.
– Si, col diaframma. Ti dico io… – Brontolava.
Però infine ci prese gusto e passava ore perfezionando i movimenti. In meno di un anno divenne molto più snodata ed agile di me. Imparava tutto velocemente, bastava farle vedere le mosse una volta sola: in un battibaleno lei l’avrebbe ripetute e migliorate.
Cominciai a sentirmi un orso grosso e goffo nei suoi confronti. Io delle arti marziali ritenevo solo i movimenti più semplici ed efficaci, mentre Djamila pareva seriamente intenzionata a conoscerle a fondo.
Mi resi conto che i miei insegnamenti non le sarebbero più bastati. La presentai al mio maestro cinese di Kung-fu: un uomo generoso che acconsentì a farla partecipare gratuitamente alle lezioni. In cambio lei avrebbe tenuto in ordine il Dojo.
Djamila dimostrò di essere molto dotata. Divenne la beniamina della palestra. Infine l’anziano insegnante decise di adottarla e lei andò a vivere con la sua famiglia.
Il maestro la aiutò a riconvertire il proprio desiderio d’autodistruzione in una ferrea volontà in grado di misurarsi con ogni genere di difficoltà e la convinse a ricominciare gli studi.
Djamila ci stupì ancora uan volta riuscendo a laurearsi in tempi record. Alla facoltà cominciò a interessarsi di politica e a partecipare in attività clandestine. Il movimento contava collegamenti ovunque in Europa. Si auto-finanziava, più o meno lecitamente, crescendo in numero e forze. Il suo dilagare si sarebbe potuto paragonare ad una reazione a catena, nella quale ogni nuovo membro coinvolgeva altri simpatizzanti. Funzionava principalmente perché era basato sulla solidarietà. La società occidentale era in piena decadenza e non era certo difficile fare proseliti. Djamila dimostrò di possedere le doti di leader. Il suo impegno condusse la corrente underground a crescere, attraverso un lavoro basato sull’evoluzione culturale.
Secondo quello che affermava: “Il regime neoliberista ha prodotto una tabula rasa ideologica sulla quale costruire la società dei consumi”. Il sapere e l’istruzione erano quindi delle armi indispensabili per sconfiggere la dittatura delle multinazionali e della globalizzazione.
Io dal canto mio, pur condividendo i punti di vista del movimento, non me la sentivo di farne parte. Ero troppo individualista o forse: “vergognosamente nichilista”, come affermava Djamila.
Poi venne il momento di separarci. Io stentavo a trovare un lavoro decente. Alla fine mi decisi ad entrare nell’esercito, con una paga di merda ma sicura e la possibilità di perfezionarmi nella programmazione; mi sembrò una scelta non troppo schifosa. Djamila ovviamente non condivise la mia decisione.
– Il sistema non vuole guerrieri, solo sicari, non ti ci vedo fare lo sgerro armato.
Ovviamente aveva ragione, mi resi conto che l’esercito non faceva per me, era Troppo tardi però per tirarsi indietro. Durante gli anni delle mie disgrazie come soldato, solo il ricordo di Djamila illuminò sporadicamente le ombre della mia esistenza.
Così sarebbe stato anche dopo il congedo, quando lei raccolse i frammenti di ciò che restava di me e rabberciò pazientemente le mie ferite interiori.
Djamila appariva nel disordine delle idee frantumate, dimenticate, sparse alla rinfusa sul pavimento nero della mia mente: quando il mondo mi confondeva come una farfalla scura che mi volava intorno e ogni cosa scoloriva nei toni più cupi e malinconici; allora mi tornava in mente per ricordarmi che si ha il dovere di vivere come se ogni giorno fosse l’ultimo.
[…]
Qualcuno disse che Djamila era in palestra. Passammo davanti a una sfilata di monitors e computer, poi a una lunghissima rastrelliera di armi leggere.
Entrammo nei sotterranei dagli altissimi soffitti in cemento armato color rosso scuro, con i muri ricoperti di graffiti, murales, frasi rivoluzionarie, fotografie di guerriglieri e maestri marziali, ideogrammi e super-arte postindustriale.
Celata dalla maschera e dalle protezioni Kendo, Djamila urlava compiendo attacchi selvaggi, spada di bambù alla mano. Solo lei poteva volersi allenare nel cuore della notte. Aveva di fronte un tipo grosso il doppio che nonostante l’aria di sapere il fatto suo subiva ininterrottamente fendenti e affondi. Djamila era una macchina da guerra, una samurai: si muoveva agile come un fulmine con quei suoi bei piedini inanellati e le caviglie sottili piene di collanine.
Mise fuori guardia per l’ennesima volta il suo avversario, poi si tolse la maschera e mi venne incontro. M’inchinai un poco e baciai le sue belle labbra carnose color tabacco. L’orecchino di diamante sul naso, si confondeva tra le minuscole gocce di sudore. Riconobbi il suo profumo orientale: mi era sempre piaciuto. Mi scrutò con quegli occhi scuri e profondi come la notte del deserto.
[…]
– Distruggi, cancella, migliora. Già, dimenticavo. Una lotta armata si delinea all’orizzonte. – Recitai con ampi gesti teatrali, ebbro di vino.
– Non sfottere, stronzo o ti rompo il muso! – Minacciò Djamila sforzandosi di rimanere seria.
– Forza, all’assalto dei padroni del mondo, ci vuole una bella rivoluzione, a morte il vecchiume! – Biascicai scimmiottando gli oratori comunisti del ‘900.
Djamila mi saltò addosso con una smorfia divertita. Mi cavalcò sulla schiena immobilizzandomi il braccio in una leva.
– Stronzo di un anarchico. Sussurrò.
Mi morse l’orecchio, poi c’infilò la lingua. Mi liberai dalla presa e girai su me stesso. Andava sempre a finire in quel modo con Djamila. Era una specie di pedaggio. Ci baciammo con furia. Avrei passato la vita a pagare tributi del genere. Me la lavorai per un pezzo. Poi la leader del movimento rivoluzionario underground lo prese, come un pugnale d’acciaio affilato. Contorcendosi e graffiando come una gatta.
In attimi come quelli afferri quanto sia tenue il margine che separa la ragione dalla follia. Ci si abbandona, in una tempesta di piacere ed endorfine. Il tempo si ferma e tutto attorno a noi scompare. Sono frammenti di felicità che il destino, dissemina lungo il cammino delle nostre esistenze buie. Doni sublimi e rari quanto i diamanti. Allora pensi che forse il paradiso esiste davvero e consiste in un orgasmo eterno con chi ami.
L’alba pallida attraverso i monitors di vigilanza, ci colse abbracciati, la mano nella mano.
– Com’è che ti piace farlo con me? – Domandai.
– Scopi in modo talmente disperato… Come se fosse l’ultima cosa che ti è concessa a questo mondo. – Miagolò, stiracchiandosi rilassata.
Aveva ragione: era davvero l’ultima.




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