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Piacere e dolore infiniti. Sacerdotessa. [De Oculta Tecnologia]

de oculta tecnologia, romanzo cyber-gotico, noir, fetish, emo, latex, esoterismo, reti neurali, rituali di sangue, dominazione, femdom

– Lasciati andare, non resistere: salta nell’abisso. Non temere le tenebre, ci sarò io sul fondo ad attenderti. Ti darò molto di più della felicità. Ti offro l’immortalità della dannazione eterna. Lascia che io sia la tua amante, la tua signora, la tua madre oscura. Ti garantisco piacere e dolore in ugual misura. Piacere e dolore infiniti.

Mi stesi sull’amaca, accesi la radio. Stavano diffondendo una trasmissione dedicata ai Paradise Lost. Gruppi contemporanei presentavano, rimaneggiati, i pezzi più famosi della band inglese di fine millennio. Le note cupe di “Fear of impending Hell“, mi trascinarono lentamente in sonni agitati.

La cripta circolare apparve ai miei occhi, nella luce evanescente di mille candele. Una funzione religiosa si stava svolgendo una decina di metri più sotto. Figure in saio nero disposte attorno a un sarcofago in marmo candido, intonavano canti antichi.
Una figura femminile vestita unicamente da lunghissimi capelli color ebano con il volto dai lineamenti nordici, avanzò verso l’uomo incappucciato e incatenato all’altare. Una forza mi attrasse oltre il bordo, fluttuai nel vuoto sopra la scena.
Due adepti condussero un capro nero. Lo legarono per le zampe e lo coricarono riverso ai piedi dell’incatenato. Un lungo stiletto ardeva in un braciere. La donna mormorò una preghiera. I cori presero forza e maestosità. La sacerdotessa in trance, grondando sudore dal corpo bellissimo e selvaggio, prese dal braciere il coltello arroventato.
La lama affondò prima nel ventre dell’animale e poi nel petto della vittima incatenata. Una cupa musica d’organo aleggiò nella cripta. Il cuore dell’uomo fu estirpato e poi sostituito con quello del capro. Praticatasi una profonda incisione sul palmo della mano la donna lasciò che il sangue scuro si riversasse nel petto squarciato dell’incatenato.

Alzò lo sguardo e i suoi occhi color pece si fissarono nei miei. La sacerdotessa tolse con un improvviso gesto il cappuccio della vittima. Sentii che quella vittima sacrificale ero io.

Una forza irresistibile mi spinse verso l’altro me stesso. M’incarnai nei tessuti morti e il cuore del capro nel petto straziato riprese a battere.
I seguaci si prostrarono urlando quando ruppi le catene in preda al tormento di quelle terribili ferite. Barcollando cercai una via di fuga. La voce della sacerdotessa mi ammonì che non ci sarebbe stato modo di sfuggire a me stesso.
Passai attraverso le molecole della spessa parete di granito e ne fui fuori. Corsi sul ghiaccio a piedi nudi. In mezzo a candide lapidi e croci ignote. Ero asceso durante i secoli per ritrovarmi in un cimitero d’angeli in lacrime imploranti.
Non c’era luce in quel luogo, ne’ nomi conosciuti sulle tombe su cui piangere o un cielo in cui sperare.

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La sacerdotessa. Photo by @Jerome G. (latexculture) artwork: @designdcl

[…]
Infine una Rolls blu cobalto metallizzato, con i finestrini a specchio, discese lentamente la spirale e si arrestò davanti a me.
Si aprì la portiera: – Prego, signor Galassi. – Invitò un’accattivante voce femminile.
L’interno del veicolo era rischiarato da una tenue luce azzurrata. I miei occhi tardarono qualche secondo prima di abituarsi. L’abitacolo era spazioso. Mi sedetti di fronte alla voce. – Qualcosa da bere? – Propose la donna indicando il mobile bar. Scossi il capo mentre lentamente riacquistavo la facoltà della vista.
Misi a fuoco la mia interlocutrice: volto celato da una veletta a maglie sottili.

Labbra piene. Rossetto d’ebano in contrasto con la candida pelle di porcellana. Tubino nero aderente, seni sodi, guepiere attillata, scollatura da vertigine. Lunghe gambe accavallate, inguainate in calze lucide. Sandalo con tacco a spillo che ciondola svogliato sulla punta dell’arcuato piedino.

Ostentava un collare fetish color antracite, con simboli misteriosi, forse alchemici, circuiti incastonati e diminute spie intermittenti.
Intravidi e soprattutto sentii gli occhi della donna fissarmi insistentemente oltre la veletta. Stava valutandomi, aspirando lunghe boccate da una sottile sigaretta inglese, rigirandosi il drink nell’altra mano.
Ricordava una diva Noir degli anni ‘50. Pensai che quella dovesse essere la moda in voga tra la gente col grano.
La odiai e desiderai immediatamente.
Contemplai i polpacci affusolati, le caviglie sottili e perfette. Inspiegabilmente, mi domandai come sarebbe stato legare e imbavagliare una tipa arrogante e altezzosa come quella.
Cercai di reggere il suo sguardo.
La donna sorrise, o meglio, ebbe una smorfia di scherno. Come ad indicare che il mio voto non avrebbe raggiunto la sufficienza.
Desiderai schiaffeggiarla e abusare di lei in stile “Gang-bang”, magari con il buon Toni o qualsiasi altro neo-trasher dell’X-Factory.
Pensandoci meglio, non l’avrei imbavagliata. Bocca libera, pronta alla bisogna.
Ma a cosa sto pensando? Meditai.

La violenza sulle donne non rientrava nel corollario dei miei desideri sessuali. Come potevo avere fantasie talmente morbose?
Un desiderio improvviso e sconosciuto di perversione, d’intima corruzione. L’insano piacere nel compiere oscenità proibite. Era com’essere sul bordo dell’abisso e sentirsi attratti dal profondo, agognando l’inevitabile salto nel vuoto.

Ci siamo, sto impazzendo; tutta questa storia mi farà diventare completamente idiota. Alla fine dovranno mettermi la camicia di forza.
Scacciai quei pensieri assurdi.
– Facciamo alla svelta! – Proposi alla fine, porgendole la minuscola custodia in plexiglass del Cd. Evitai accuratamente di posare di nuovo i miei occhi sulla veletta, mi vergognai, pensando a ciò che mi passava per la testa.
– Non così in fretta. – Disse lei, premendo un tasto sulla portiera.
[…]
La donna sorrise, mostrando una fila di denti candidi e perfetti. Accavallò lentamente le gambe dalla parte opposta, lasciando intravedere le mutandine trasparenti. Poi, in qualche modo, la gonna si ricompose poco sopra il lucente reggicalze in latex nero.
Una vampata di calore mi raggiunse alle tempie. Sembrava che la signora stesse facendo di tutto per catturare la mia attenzione. Cercai di distogliere nuovamente lo sguardo.

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Pic. by ladybranwick

[…]
L’auto proseguì tra i capannoni animati dalla frenetica attività degli operai nella foschia iridescente.
Il riflesso azzurro scaturito da un forno ad arco, illuminò attraverso la fessura del finestrino semichiuso, il viso della donna. Si tolse il cappello con la veletta. La lunga chioma color ebano le ricadde sulle spalle.
I suoi occhi, oscuri e malvagi si piantarono nei miei. Quei lineamenti nordici mi risultarono fastidiosamente familiari, scaturivano da ricordi intimi e sgradevoli: Il viso di Gertrud Lilith era lo stesso della sacerdotessa dei miei incubi.

Unì i polsi davanti a sé. – Perchè non fai di me quello che vuoi? – Insinuò. – Perchè non mi leghi e abusi di me. Non è forse questo ciò che desideri?
Le sue gambe si schiusero invitanti…
La strega leggeva nei miei pensieri.
La testa prese a ronzarmi.

Per un istante, desiderai abbandonarmi tra quelle cosce ben tornite ma mi trattenni. D’altra parte incontrarmi faccia a faccia con l’interprete principale del mio incubo peggiore, mi parve una pazzia inaudita. Questa volta la carne, non avrebbe avuto il sopravvento.
– Lasciati andare, non resistere: salta nell’abisso. Non temere le tenebre, ci sarò io sul fondo ad attenderti. Ti darò molto di più della felicità. Ti offro l’immortalità della dannazione eterna. Lascia che io sia la tua amante, la tua signora, la tua madre oscura. Ti garantisco piacere e dolore in ugual misura. Piacere e dolore infiniti.
Provai un asfissiante sentimento di costrizione. L’abitacolo si colmò d’elettricità statica. I crampi mi attanagliarono lo stomaco.
– Ferma la macchina. – Ordinai con voce rotta, colpendo ripetutamente col pugno la parete che ci separava dal guidatore.
– È inutile scappare: tu ci appartieni ormai!
Sentii la sua risata inseguirmi mentre scendevo precipitosamente dall’auto ancora in movimento. Caddi rotolando in una delle più goffe capriole della mia vita.
L’auto inchiodò, si aprì la portiera e ne discese l’incubo in persona.
La mia mano corse alla pistola.
Mi squadrò scura in volto, elargendomi un’occhiata sprezzante. Con le lunghe gambe ben piantate nell’asfalto, e la mano sul fianco, gettò una busta di plastica davanti a me dalla quale fuoriuscì qualche banconota.
– La nostra Chiesa paga i debiti e riscuote sempre i propri crediti. Ricordatene. – Annunciò perentoria.
La Rolls ripartì.
Raccolsi la busta e mi allontanai in tutta fretta.
La frase: “Piacere e dolore infiniti” non cessava di frusciarmi nella testa. Avevo l’angosciosa sensazione di essere stato a un soffio dal perdermi per sempre.

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From Fictional Nemesis to Real-World Algorithms.
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