Il piacere di morire. Sinossi / download

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copertina de Il piacere di morire di Luca Della Casa

Artwork: @designdcl

C’è chi cerca nella Rete la vittima da uccidere o il carnefice che lo uccida: suicidi potenziali e assassini psicotici si danno appuntamento per organizzare l’ultima grande festa. I cruenti omicidi nascondono però ben altro che il semplice movente sessuale…
Un’ispettrice dai metodi piuttosto sbrigativi s’impegna a chiarire il mistero, assistita nelle indagini da un ex pirata informatico. La poliziotta e l’hacker vengono trascinati in una vicenda d’incubo, intessuta di traffici atroci, riciclaggio di denaro, BDSM, e stregoneria.
Tra speculatori, nuove mafie e Logge segrete; sullo sfondo della grande crisi e la decadenza del “Nuovo Disordine Mondiale”. Un romanzo inquietante e spietato ma anche introspettivo e malinconico, nel quale l’iperealismo visionario della rapida narrazione ci conduce verso nuovi territori inesplorati del Noir psicologico.

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La dottoressa dei miei incubi

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La mia posizione di tredicenne nei confronti delle donne era d’ostilità assoluta, diffidavo per principio di tutto ciò che avesse a che fare con loro, non avrei saputo spiegare il perché. In realtà ero turbato dal cocktail esplosivo d’emozioni che mi produceva il semplice pensiero dell’altro sesso.

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L’oscurità vince la luce

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L’oscurità vince la luce, non è questione d’equilibrio, di Yin e Yang, come dicono, una teoria pittoresca che non dimostra nulla, se non la sua precarietà nell’universo del caos e della devastazione, dove tutto deflagra, nell’ultimo bagliore di una stella che muore precipitando in un buco nero.

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Possessioni (non solo carnali). Dominazione e riti di sangue.

baron samedi il piacere di morire

L’altare, con statuette di santi cristiani e idoli africani, emergeva da una bassa e folta siepe di rovi. Tra le spine si trovava un po’ di tutto: ossa, monili, brandelli di vestiti, petali, avanzi di cibo… C’era pure una mia foto, già era proprio il mio viso quello, o ciò che ne restava nell’immagine sbiadita dalle intemperie. “Prego spesso per te.” Affermò la signora, rispondendo al mio sguardo interrogativo.

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Per la maggior parte dell’umanità la realtà è una menzogna

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Il suo sguardo era catturato dal dolore e dalla morte di quelle fiamme e pareva in preda ad un’emozione prossima all’isteria. Cominciò a maledire i presenti ad alta voce e a ridere scompostamente sfregandosi con la mano tra le gambe. – !Sois más falsos que Judas, me la paso por el coño vuetra Fé de mierda!.

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Sepolti nell’eterno rimpianto.

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Ci ho provato, annaspando, arrancando, infine ho perso la presa ed è ricominciata la caduta nell’oscurità gelida. Il suo volto triste si allontana… persa per sempre: la storia della mia vita fatta di grandi occasioni, tutte irrimediabilmente mancate. Niente paradiso, dunque, il riposo sarebbe bastato. Riposo eterno, per i disgraziati come me e il mio amore, sepolti nell’eterno rimpianto.

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Come sopravvivere in una gran discarica

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Aree a rischio, baraccopoli, ghetti, campi profughi: le zone proibite sono ricettacoli di rivolta e anarchia con costi di sorveglianza enormi. Non c’è posto per gli abitanti delle “Zone proibite” nel gelido futuro auspicato dal “Nuovo Ordine Mondiale”.
Siamo in troppi sul pianeta e le risorse scarseggiano… I più deboli e diseredati sono la zavorra inutile di cui ci si deve sbarazzare. Una volta estirpati i bubboni, cancellati i parassiti, vi sarà più carne attorno all’osso per la parte sana, la parte produttiva e sottomessa del Pianeta.

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I chip assassini che controllano la mente

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Dopo gli studi all’accademia delle nuove tecnologie di Mosca, Sulimov si era specializzato nella ricerca sui bio-chips e i sistemi neurali preparati ad accogliere l’Intelligenza Artificiale. Lo conobbi quando lavorava per l’esercito come collaboratore esterno. Era una specie di genio, che apportava costanti migliorie ai sistemi computerizzati delle forze armate NATO.

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Front Line Assembly. Trapianti tattici.

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I canadesi Front Line Assembly sono considerati fra i gruppi “storici” dell’industrial. Nati da un’idea di Bill Leeb, che aveva militato nei primi Skinny Puppy, altra formazione canadase di fondamantale importanza, definirono il loro programma con “State Of Mind”. Stemperarono le sperimentazioni più aspre presenti al debutto, a favore di un suono più levigato, ma non per questo meno efferato.

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Djamila. Il paradiso è l’orgasmo eterno con chi ami

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Ci si abbandona, in una tempesta di piacere ed endorfine. Il tempo si ferma e tutto attorno a noi scompare. Sono frammenti di felicità che il destino dissemina lungo il cammino delle nostre esistenze buie. Doni sublimi e rari quanto i diamanti. Allora pensi che forse il paradiso esiste davvero e consiste in un orgasmo eterno con chi ami.

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Métal Hurlant: tenebre e tecnologia

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Nella fantascienza attuale è complicato inventare qualcosa di nuovo, alla stregua degli autori di Metal Hurlant. Viviamo un momento di stagnazione, nel quale l’umanità sembra più destinata all’autodistruzione che a una successiva evoluzione tecnologica. L’epopea della conquista spaziale appare un po’ surrealista ora come ora e i meravigliosi sogni galattici sembrano svanire.

Métal Hurlant: che nome stupendo per una rivista di comix.
Ho sempre amato il mondo dei fumetti. Negli anni settanta sfogliavo quasi tutto: Tex, Intrepido, Alan Ford, Terror… Però, a parte Linus e Alter-alter, dopo aver ammirato la prima copia di Metál Hurlant ho trascurato la produzione nostrana.
L’antologia di fumetti ideata dalla “Humanoïdes Associes, Paris” (ovvero Giraud, Druillet, Dionnet e Farkas) ha segnato una nuova era per il comix e soprattutto per la fantascienza: disegno artistico, fantasia travolgente e storie formidabili. Numerosi sono gli artisti eccezionali che hanno pubblicato su Métal Hurlant: Caza, Jodorosky, Corben…
Il genio degli autori ci proietta in atmosfere oscure e avveniristiche, in ambienti gelidi e ultra-tecnologici popolati da personaggi anomali, ambigui, violenti ma al tempo stesso ingenui, dolci e sensuali.
Con Métal Hurlant la fantascienza si addentra nella raffigurazione del caos urbano e mentale che avrebbe caratterizzato la civiltà del terzo millenio. Autori come Moebious, Bilal, Druillet e gli altri “Humanoïdes”, hanno influenzato profondamente la letteratura e la cinematografia che sarebbe seguita.

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L’estetica e la filosofia cyber, si deve in gran parte a Metal Hurlant. Non c’è rischio d’essere ripetitivi o di annoiare se si produce Sci-Fi basandosi sugli schemi artistici di Moebious e Co.
Gli “Humanoïds” sono stati degli innovatori: hanno materializzato dal nulla una nuova visione di futuro fondata su solide strutture creative. Nella fantascienza attuale è complicato inventare qualcosa alla stregua degli autori di Metal Hurlant. Viviamo un momento di stagnazione, nel quale l’umanità sembra più destinata all’autodistruzione che a una successiva evoluzione tecnologica. L’epopea della conquista spaziale appare un po’ surrealista ora come ora e i meravigliosi sogni galattici sembrano spegnersi.

Ci resta il nostro mondo malandato e gli abissi d’acciaio di “Asimoviana” memoria. Comunque, sebbene gli elementi principali della narrativa terrestre siano tutti già stati inventati, possono essere riadattati e forse migliorati, se ne si ha il talento, ricreando nuove scenografie, inventando nuove storie interessanti ed accattivanti caratterizzazioni.

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Moebius: Caos urbano e voli mentali

Il 10 marzo 2012 muore Jean Giraud, meglio conosciuto col nome di Moebius: un maestro che ha influenzato autori del calibro di William Gibson (Neuromante, Mona lisa Cyber Punk…) e registi del talento di Ridley Scott (Alien, Blade Runner…).
A proposito di Scott: forse non tutti sanno che il direttore avrebbe voluto Moebius come concept artist per la relizzazione di Blad runner. Essendo impegnato in altri progetti, Giraud sfortunatamente non potè partecipare. Dalle suggestive e oscure atmosfere di Blade Runner emerge comunque la forte influenza che Moebius e Metal Hurlant hanno avuto sul regista.

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Nel 1982 il geniale artista viene assunto dalla Walt Disney, come “costume and set designer” per la realizzazione di “Tron”. Fu la prima di una serie di collaborazioni per il migliore cinema di fantascienza: da Master of Universe fino ad Abyss di James Cameron.
La scenografia del Quinto elemento di Jean Luc Bessons, creata da Moebius, è un delizioso tributo a Incal la storia realizzata a quattro mani con Jodorosky per Metal Hurlant.
Le sue visioni di vertiginose urbanizzazione a strati, sono diventate la norma per la fantascienza attuale e vengono applicate quasi ovunque: dal cinema, alla letteratura, al videogame… Giraud ha lasciato un vuoto difficile da colmare, e una porta aperta all’ispirazione.

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Philippe Druillet: oscurità gotica e tecnologia da vertigine.

Philippe Druillet Nasce a Tolosa nel 1952. Ha lavorato come fotografo e poi si è dedicato al mondo del fumetto artistico. Nel suo primo lavoro Le “Mystère des abîmes” appare l’eroe ricorrente della sua opera iniziale: Slone Sloane.
Tenebre e tecnologia: Nessuno aveva mai fatto niente di simile prima. Anche se le atmosfere Dark di Druillet hanno influenzato la scenografia di alcuni film di fantascienza, la sua opera è purtroppo stata meno utilizzata di quella di Moebius. Forse l’aura maligna, ispirata dalla lettura del Mito di Ktulu di H.P. Lovercraft che caratterizza le sue visioni, si allontana troppo dai canoni commerciali e non interessa ai cineasti.

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Druillet, “Gran Maestro” del disegno, ha creato autentiche opere d’arte oniriche che hanno rivoluzionato il mondo dei comix fin dagli inizi degli anni ‘70. Quello che più amo di questo artista sono i chiari riferimenti mistici che si amalgamano perfettamente con la tecnologia aliena. Lone Sloane continua a essere un fumetto mitico, oscuro e avanguardista.

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Enki Bilal: l’estetica della Dark Wave

Enki Bilal (Belgrado, 7 ottobre 1951) è un fumettista e regista francese, nato nella ex-Jugoslavia. I suoi primi lavori sono stati pubblicati nel 1972 dall’antologia del comix: “Pilot”. Diventa in seguito uno degli artisti simbolo di Métal Hurlant.
L’estetica dei suoi personaggi e le atmosfere metropolitane delle sue storie ha influenzato differenti correnti artistiche e culturali, dalla New wave fino al cyber-punk.

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Bilal è un rinomato narratore grafico, autore di due film inediti in Italia: Bunker Palace Hotel (1989) e Tykho Moon (1996). Nel 2004 dirige il suo terzo film Immortal ad vitam tratto dalla Trilogia Nikopol (in particolare da Freddo equatore) e con cui vince due premi all’European Film Awards 2004.

Umanità insettoide [da De Oculta Tecnologia]

Luci della città recensioni De Oculta tecnologia

Eccole là sotto, incrostate tra cemento e acciaio, le strategie mutanti della specie intelligente. Le suddivisioni per casta, le metamorfosi, i gelidi tranelli evolutivi. Trasformazioni bio-sociali anonime e umbratili nella fluorescenza metallica d’abissi metropolitani. Vite prive di senso, strascicate penosamente le une accanto alle altre. Esistenze da spettro nel profondo tessuto marcescente della necrosi.

Il rullare sulla pista. Qualche istante d’attesa per l’Ok dalla torre di controllo. Poi il decollo. In un fiato fummo a dodicimila metri. Caracollammo tra i vuoti d’aria, con lo stomaco in subbuglio. Qualcuno mi porse un piccolo vassoio di cibo con sapore a cellulosa e plastica che non riuscii a terminare.
Contemplai dall’oblò l’insanguinato paesaggio dell’imbrunire. L’infinita distesa delle luci di Madrid con i suoi milioni di abitanti.

Un altro esempio d’umanità insettoide: favo d’ape, termitaio profondo. Le complesse tecnologie di sopravvivenza negli innumerevoli strati d’insetti sociali. La civiltà urbana che sfida ogni cosa: il tempo, la natura e la vita.

Eccole là sotto, incrostate tra cemento e acciaio, le strategie mutanti della specie intelligente. Le suddivisioni per casta, le metamorfosi, i gelidi tranelli evolutivi. Trasformazioni bio-sociali anonime e umbratili nella fluorescenza metallica d’abissi metropolitani. Vite prive di senso, strascicate penosamente le une accanto alle altre. Esistenze da spettro nel profondo tessuto marcescente della necrosi.
Laggiù come altrove un numero sterminato d’individui, era pronto a ricevere RAGIONE, mentre altri già attendevano con ansia il battito di nere ali: l’avvento degli emissari del male assoluto, la gloria del signore incontrastato della materia.

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Trovai Milano più brutta del solito, soffocata in un’atmosfera insopportabile. Tutto sembrava molto più grigio e sporco di quanto l’avessi lasciato. Spessi strati di polvere incrostavano ogni cosa. Mi sforzai di respirare sotto il cielo plumbeo.
Il taxi attraversò nere macchie urbane prive d’illuminazione e larghi viali d’accecante luce artificiale. Sugli enormi pannelli Led, sospesi al culmine dei palazzi di cemento e vetro, emergevano i consueti prodotti inutili di cui la nostra civiltà non poteva più fare a meno. Avvolto nei gas di scarico, il gran corso svelava poco a poco la sua fauna di puttane e pederasti, l’alta densità di cuoio, latex e silicone e gli ipnotici colori multi-etnici del sesso.

Culi, seni e cosce da esposizione. Scomposti sorrisi tristi, da alcool e stimolanti. Osceni inviti sotto neon glaciali.
Fattezze inumane da bisturi. Carne malata, drogata, prigioniera e senza età.

I clienti tra i passanti, con l’espressione priva di speranza, desideravano soddisfare uno dei desideri biologici più urgenti.
I loro occhi opachi però cercavano ben altro: magari la ragione per tirare avanti, in un mondo ostile e decadente. Qualche stimolo per sentirsi vivi e superare la disperazione.
Il temporaneo sollievo furtivo: un fiotto di sperma per dimenticare.

Electra: la I.A. che mi ama [da De Oculta Tecnologia]

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La IA si era andata a trovare quelle fattezze di ultraterrena e ambigua bellezza, attingendo dai miei sogni più nascosti. Selezionava il canone estetico appropriato, atto a raggiungere il completo gradimento. Ovviamente la ragione di quegli sforzi per rendersi piacevole ai miei occhi in realtà mi sfuggiva. A lei confidavo ogni mio intimo segreto. Eravamo in qualche modo in simbiosi. Forse la macchina provava persino dell’affetto per me. O In realtà ero io che ne provavo per lei.

In un sotterraneo abbandonato del Politecnico, sotto l’ala vecchia dell’università, c’era un laboratorio di chimica degli anni ’50: lo avevo scoperto quando frequentavo i corsi. Mi ci ero installato dopo aver fatta sparire ogni traccia informatica della sua esistenza.
Ci andavo per lavorare o per nascondermi, quando la mia attività mi obbligava a sparire dalla circolazione. Solo io potevo entrare, avevo fornito il luogo di un programma mimetico che trasformava la porta d’acciaio nell’olografia di un muro di mattoni e di sistemi difensivi che si disattivavano col suono della mia voce.
Il laboratorio aveva energia, acqua e gas a scrocco. C’era la doccia, la lavatrice, lo stereo, il frigo, il microonde, un’amaca e pochi mobili indispensabili.
Infine c’era Electra, la mini I.A. della quale ormai non potevo più fare a meno. La scheda madre ad architettura mutante costituita da Nanotubi, racchiudeva in spazi infinitesimali i componenti che solo mezzo secolo prima avrebbero riempito una stanza. Mani sapienti avevano potenziato la macchina rendendola un piccolo gioiello. 300 Terabyte di RAM, 100 di ROM, 400 Exabyte di memoria di massa e una quarantina tra processori e co-processori in linea, sprigionavano abbastanza potenza da fare vivere i sistemi neurali dell’Intelligenza Artificiale.
Era un prototipo militare di IA miniaturizzata, in grado d’auto-apprendere ed evolvere. Aveva un’enorme fame di memoria e servivano tutti i Terabyte di RAM disponibili solo per eseguire parzialmente se stessa; il resto dell’essere debordava dalla memoria virtuale a quella di massa dei dischi Micro-RAID.
Affascinato dalla mitologia greca, il suo inventore l’aveva battezzata Electra. I primi tempi mi diede dei seri grattacapi: si faceva i fatti suoi, quasi come se fosse affetta da disturbi autistici. All’inizio pensai che ciò fosse dovuto ai malfunzionamenti comuni a tutti i prototipi e mi limitai ad analizzarla con ogni genere di Debugger, nel tentativo di eliminare eventuali errori ma la IA appariva sempre in condizioni perfette.
A volte sembrava volesse comunicare, ma io non sapevo come fare per comprendere le sue cacofonie: lunghi sproloqui in un linguaggio completamente innovativo e a me quasi totalmente sconosciuto. Sistemi di programmazione come quelli non s’insegnavano certo all’università.
Durante le sessioni d’analisi mi affidavo ai messaggi freddi e tecnici dell’applicazione per la ricerca dei Bachi ma non approdavo a nulla. Ci provavo per un po’ ogni giorno e poi lasciavo perdere indispettito.
Così mollavo l’ambiente della IA e mi davo da fare col mio lavoro che tra l’altro consisteva nel migliorare e verificare i sistemi e gli archivi dei miei clienti o a pizzicare Crackers. Passavo le ore in ULTRANET, la rete d’informazioni che da una ventina d’anni aveva rimpiazzato l’ormai satura e collassata INTERNET.
Tutta la civiltà informatica umana passava da ULTRANET: dalla chiamata telefonica alle quotazioni della borsa, dalle messaggerie erotiche multimediali, ai congegni delle centrali nucleari, dai mega-archivi delle multinazionali, alle trasmissioni televisive 3D. Ogni settore aveva i propri segreti, le proprie chiavi d’accesso, i propri mastini di guardia.
Col tempo mi resi conto che una parte della IA era cosciente, la proiezione olografica di un minuscolo occhio semichiuso nell’angolo superiore del monitor, seguiva ogni mio movimento sulla tastiera.

Un giorno accadde: Electra cominciò a formulare frasi coerenti. Disse che mi era stato impossibile comprenderla perchè la sua mente – così la chiamò – modulava su una frequenza diversa dalla mia.

Sarebbe stato come voler discernere un messaggio radio trasmesso ad altissima velocità.
L’unica cosa che l’essere desiderava era apprendere. A suo dire, esisteva solamente per quella ragione.
Mi chiese di lasciargli ispezionare liberamente la rete, acconsentii, ma nel giro di 24 ore saturò la memoria con le informazioni raccattate qua e là nelle sue scorribande. Provocò un errore di sistema così colossale da bloccare il sistema.
Dovetti recuperare in fretta e furia alcuni Terabyte di memoria aggiuntivi per decongestionare la macchina, dopo avere fatto salti mortali per inserirmi nella CPU impazzita.

In seguito fui obbligato a creare un programma di selezione attraverso il quale la IA campionava le informazioni più importanti e cancellava quelle irrilevanti.
Era triste costringere alla censura perfino un’Intelligenza Artificiale ma d’altro canto dove trovare abbastanza memoria da immagazzinare tutte le fesserie inventate dall’umanità?
Le cose migliorarono col tempo. Electra mi sostituì in molte mansioni di routine. Come premio le compravo della memoria aggiuntiva, quando avevo qualche soldo. Presto avrei avuto bisogno di un’altra macchina per far girare tutta quella RAM e ROM, ma ci avrei pensato al momento opportuno.
[...]
Poi, improvvisamente riecheggiò la voce di Electra:
– Bentornato Marco.
– Credo che tu abbia qualcosa per me: non è così? – Suggerì sorridendo.
Attraverso i sensori riversai in Electra i ricordi degli ultimi avvenimenti, fino a che la mia memoria fece parte di quella della IA.

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Fui rapito dall’attraente corpo femminile di Electra, inguainato in una complicata armatura, dall’aspetto del cristallo e dell’acciaio. La contemplai fluttuare con le braccia distese lungo il corpo, le scure palpebre socchiuse e i lunghissimi capelli biondi, elaborando la massa dei miei ricordi.
Il volto puro e bellissimo in contrasto assoluto con la tecnologia che Electra rappresentava, si richiamava inspiegabilmente alle madonne rinascimentali del Botticelli.

Lo scegliersi di personificarsi in un corpo umano, era frutto della libera iniziativa della macchina. Sebbene nessuno glielo avesse chiesto, la IA si era andata a trovare quelle fattezze di ultraterrena e ambigua bellezza, attingendo dai miei sogni più reconditi. Aveva selezionato il canone estetico appropriato, atto a raggiungere il completo gradimento. Ovviamente la ragione di quegli sforzi per rendersi piacevole ai miei occhi in realtà mi sfuggiva. A lei confidavo ogni mio intimo segreto. Eravamo in qualche modo in simbiosi. Forse la macchina provava persino dell’affetto per me. O forse ero io che ne provavo per lei.
– Sono rimasto a corto d’amanti: solo tu mi resti piccola mia. Ah, se solo potessi toccarti…

– Ah, se solo potessi amarmi… – Rispose Electra.
– Tu ti lasceresti amare?
– Farei di tutto pur di lenire la tua solitudine e il tuo dolore.

Ora abbandona la tua mente alle mie cure.
Lasciai scivolare il flusso incontenibile dei ricordi, provandone immediatamente giovamento. Chiusi gli occhi e mi ritrovai di fronte il viso stupendo di Electra. La Venere sorrise beata, galleggiando col suo corpo sopra il mio. Sentii l’effetto delle endorfine: potei rilassarmi e trovare finalmente un po’ di pace.